La definizione europea di “Impresa” è “qualsiasi attività che produca reddito” (Guida agli utenti, pubblicazone annuale). In questa definizione, giustamente, rientrano appieno anche I professionisti che, infatti, con l’Action Plan for Entrepreneurship del 2014, l’Europa ha equiparato alle imprese come “motori economici, produttori di reddito e posti di lavoro” e quindi come meritevoli di poter partecipare ai vari bandi di finanziamento europei. L’Unione, in quell’occasione, raccomandò con un amissiva a firma Tajani all’allora Ministro Delrio di vigilare affinchè le regioni italiane, che gestiscono la quota di fondi europei strutturali, emanassero dei bandi ad hoc che avessero come destinatari I professionisti e finanziassero le loro specifiche esigenze.

La questione della contrapposizione tra professionista e impresa, infatti, è squisitamente italiana.

Purtroppo questo concetto di equivalenza tra lavoro imprenditoriale e intellettuale ancora non riesce a penetrare le maglie italiane, dove quella dei professionisti viene ancora vista come una casta ad alto reddito e ad altissima evasione.

A poco servono I dati ISTAT che, di anno in anno, registrano i cali di reddito delle diverse categorie di professionisti, soprattutto nelle fasce più giovani; poco importa che I professionisti producano più del 12% del PIL annuale del paese.

 I commercialisti e I  professionisti italiani non vengono considerati come entità produttive e quindi non sono meritevoli di accedere a incentivi e finanziamenti nazionali che vengono sistematicamente riservati alle imprese.

Ultimo, ma solo per cronologia, esempio è il pacchetto di finanziamenti del Piano Nazionale Impresa 4.0 del Ministero per lo Sviluppo Economico.

E’ dell’8 maggio scorso la firma interministeriale di Carlo Calenda, Pier Carlo Padoan e Giuliano Poletti del decreto attuativo che dà attuazione al credito d’imposta del 40% sulle spese sostenute per la formazione nel 2018, fino ad un massimo di 300.000 €, solo ed esclusivamente dei dipendenti d’azienda.

Escludere da questa misura i professionisti significa non sapere quanto sia fondamentale l’aggiornamento e la formazione continua per un professionista, sempre alle prese con una normativa fluida e con piattaforme informatiche destinate al caricamento di documenti per ottemperare le continue scadenze, spesso non funzionanti al momento della scadenza.

E non vale la giustificazione che il pacchetto 4.0 è destinato solo a coprire investimenti di alta tecnologia che, per la gran parte, sarebbero effettuati da imprese. Anche i professionisti si servono quotidianamente delle tecnologie più all’avanguardia. E, infatti, lo stesso pacchetto Industria 4.0, nella misura destinata a Super e Iper Ammortamenti, che permette di aumentare in bilancio la quota di costo ammortizzata di macchinari e software, ben comprende anche i professionisti, riconoscendoli esplicitamente come fruitori di tecnologia.

Li esclude invece dalla misura della Sabatini, l’agevolazione che sostiene, attraverso finanziamenti agevolati, gli investimenti per acquistare in leasing macchinari, attrezzature, impianti, beni strumentali ad uso produttivo e hardware, nonchè software e tecnologie digitali.

Una normativa, quindi, strabica, che non riconosce la produttività dei professionisti, ma nemmeno l’ampiezza dell’indotto (anche industriale) che il loro lavoro crea.

Una normativa, oltretutto, miope, che non capisce quanto sia importante per tutto il sistema paese sostenere I professionisti.

Salvo riconoscerlo in tempi di spesometro, di studi di settore, di fatturazione elettronica o degli altri mille balzelli e prestazioni gratuite con cui I professionisti aiutano lo Stato.

Ora sta nascendo un nuovo Governo a cui chiediamo, e chiederemo, di prestare più attenzione ai commercialisti e ai professionisti, alla loro forza e al loro lavoro. Ce lo meritiamo.